Distinzione tra dolore radicolare e radicolopatia
Il termine lombosciatalgia viene comunemente utilizzato, sia in ambito clinico sia nella ricerca, per indicare il dolore radicolare generato dal nervo sciatico (o ischiatico), che può presentarsi con o senza radicolopatia lombare. Dal punto di vista clinico, tuttavia, distinguere questi due fenomeni è fondamentale per orientare la valutazione del paziente, che nel gergo comune chiama questa problematica “sciatica”.
Il dolore radicolare è associato alla generazione di scariche ectopiche a livello della radice nervosa dorsale o del relativo ganglio, ovvero impulsi nervosi generati in sedi diverse dalle normali terminazioni nervose periferiche. Il paziente avverte generalmente il dolore lungo l’arto inferiore, secondo una distribuzione compatibile con il coinvolgimento della radice nervosa interessata.
La radicolopatia, invece, è caratterizzata da un’alterazione della funzione di una o più radici nervose spinali, che può manifestarsi con deficit sensitivi, motori o riflessi. Il coinvolgimento delle fibre sensitive (aBeta e C) può determinare una riduzione della sensibilità, mentre quello delle fibre motorie (Alfa) può causare debolezza muscolare. Possono inoltre essere presenti alterazioni dei riflessi osteotendinei.
Dolore radicolare e radicolopatia possono coesistere, ma non sono sinonimi: il dolore radicolare può manifestarsi in assenza di deficit neurologici obiettivabili, così come una radicolopatia può presentarsi senza dolore significativo 1.
La valutazione iniziale deve quindi chiarire sia la probabile origine dei sintomi sia l’eventuale presenza di deficit neurologici. Per esempio, un paziente può riferire un dolore intenso all’arto inferiore mantenendo una forza muscolare conservata; un altro può lamentare un dolore meno intenso, ma presentare una difficoltà crescente nel sollevare il piede. In quest’ultimo caso, è fondamentale valutare tempestivamente la gravità del deficit motorio e la sua evoluzione, per stabilire se siano necessari ulteriori accertamenti o un invio specialistico urgente. La presenza di un’ernia discale alla risonanza magnetica, pertanto, non è sufficiente a definire il quadro clinico né a determinare, da sola, il percorso terapeutico più appropriato.
Le raccomandazioni del National Institute for Health and Care Excellence (NICE), l’ente britannico che sviluppa linee guida per l’assistenza sanitaria, forniscono indicazioni per la gestione della lombosciatalgia. È tuttavia necessario distinguere la gestione ordinaria dei sintomi dalle situazioni caratterizzate da deficit neurologici significativi o progressivi e dai quadri compatibili con una sindrome della cauda equina, che richiedono una valutazione urgente e un percorso assistenziale specifico 2 3.
Su cosa si basa questa guida
Fonti e loro ruolo
Le linee guida forniscono indicazioni generali per orientare le decisioni cliniche, ma devono essere interpretate alla luce della qualità delle prove disponibili e del contesto in cui vengono applicate.
La linea guida NICE NG59 riguarda la valutazione e la gestione della lombalgia e della lombosciatalgia, nelle persone di età pari o superiore a 16 anni. Nell’aggiornamento del 29 luglio 2026, NICE ha confermato le raccomandazioni relative al mantenimento delle attività e all’esercizio terapeutico, ritirando invece quelle riguardanti la terapia psicologica e i programmi combinati fisici e psicologici. La decisione è stata motivata, in parte, dal fatto che alcune delle prove su cui si basavano queste raccomandazioni erano state successivamente ritirate 2 8.
La revisione di Zaina e colleghi, condotta nell’ambito del pacchetto riabilitativo dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), aveva valutato la qualità metodologica delle linee guida disponibili utilizzando lo strumento AGREE II. L’edizione NICE del 2016 rientrava tra le quattro linee guida classificate come metodologicamente di alta qualità, su un totale di dodici esaminate. Questo risultato riguarda il rigore metodologico con cui era stata sviluppata la linea guida, ma non dimostra di per sé l’efficacia dei singoli trattamenti raccomandati e non può essere automaticamente esteso alla versione aggiornata nel 2026 8.
La linea guida danese di Stochkendahl e colleghi si concentra sulla radicolopatia lombare con sintomi presenti da meno di 12 settimane. Gli autori hanno valutato la certezza delle prove utilizzando il sistema GRADE, basandosi però sulla letteratura disponibile fino a dicembre 2014. Le raccomandazioni formulate sono prevalentemente deboli oppure derivano da considerazioni di buona pratica clinica. Possono quindi orientare la gestione iniziale del paziente, ma non consentono di individuare un programma terapeutico sicuramente superiore agli altri. Per questo motivo, devono essere interpretate considerando anche le evidenze pubblicate successivamente 7.
Gli studi clinici e le revisioni sistematiche consentono di approfondire l’efficacia degli interventi e di comprendere quali risultati siano stati ottenuti nelle popolazioni esaminate. La revisione sistematica di Dove e colleghi ha incluso 18 studi randomizzati controllati, per un totale di 2.699 partecipanti con lombosciatalgia. Gli interventi fisioterapici analizzati erano eterogenei e tutti gli studi presentavano un rischio di bias elevato o incerto. Nel complesso, i risultati non hanno mostrato differenze statisticamente significative tra fisioterapia e interventi di controllo per dolore e disabilità nei diversi periodi di follow-up considerati. Le analisi per sottogruppi hanno evidenziato alcuni benefici rispetto agli interventi minimi, soprattutto per il dolore nel lungo termine, ma l’eterogeneità dei risultati e i limiti metodologici degli studi non consentono di formulare raccomandazioni generalizzabili a tutti i pazienti 9.
La coorte prospettica ATLAS, invece, ha seguito nel tempo persone con dolore lombare irradiato all’arto inferiore che si erano rivolte alle cure primarie nel Regno Unito. Questo tipo di studio fornisce informazioni sul decorso dei sintomi e sui fattori prognostici associati al recupero nella pratica clinica. A differenza dei trial randomizzati, non è progettato per stabilire l’efficacia causale di uno specifico trattamento, ma contribuisce a comprendere meglio l’evoluzione della condizione e a orientare le decisioni cliniche 10.
Quadro clinico e significato dei sintomi
Il dolore avvertito all’arto inferiore non origina necessariamente da una radice nervosa. Anche le strutture lombari, come i dischi intervertebrali, le articolazioni e i legamenti, possono generare un dolore percepito a distanza rispetto alla sede di origine: in questo caso si parla di dolore somatico riferito.
Nella lombosciatalgia associata a un’ernia discale, invece, l’irritazione e i processi infiammatori a carico della radice nervosa possono contribuire alla generazione di scariche ectopiche responsabili del dolore radicolare. Ridurre il quadro clinico alla semplice compressione di un nervo, pertanto, non permette di descriverne adeguatamente i meccanismi fisiopatologici. Quando è compromessa anche la funzione della radice nervosa, possono comparire deficit sensitivi, motori o riflessi ridotti, caratteristici della radicolopatia 1.
Durante la valutazione clinica è quindi necessario raccogliere informazioni dettagliate sulle caratteristiche del dolore ed esaminare separatamente la funzione neurologica. In presenza di formicolio o intorpidimento, approfondiamo la sensibilità; se il paziente riferisce di inciampare frequentemente o di avere difficoltà a sollevare il piede, valutiamo la forza muscolare. L’intensità del dolore, infatti, non riflette necessariamente la gravità di un eventuale deficit neurologico, così come una sua riduzione non dimostra, di per sé, il recupero della funzione motoria. La formulazione diagnostica deve basarsi sulla concordanza tra i sintomi riferiti dal paziente e i risultati dell’esame obiettivo 1 11.
La distribuzione del dolore può contribuire a orientare il ragionamento clinico, ma non consente, da sola, di identificare con certezza la radice nervosa coinvolta. Nello studio di Stynes e colleghi, tra gli elementi associati al riconoscimento della lombosciatalgia figuravano il dolore irradiato al di sotto del ginocchio, un dolore all’arto inferiore più intenso rispetto a quello lombare e la presenza di test neurodinamici positivi o di deficit neurologici. La valutazione deve quindi integrare più elementi clinici concordanti, documentando i risultati dell’esame obiettivo per poterli confrontare durante i controlli successivi 11.
La risonanza magnetica può contribuire a verificare la compatibilità tra le alterazioni anatomiche riscontrate e il quadro clinico, ma non è indicata di routine in tutti i pazienti con lombosciatalgia. NICE ne raccomanda l’esecuzione quando il risultato può modificare la gestione terapeutica, per esempio nell’ambito di una valutazione specialistica finalizzata a un eventuale intervento.
Nella coorte ATLAS, la presenza di una compressione radicolare alla risonanza magnetica non consentiva di prevedere il miglioramento della disabilità a un anno. Questo risultato riguarda la capacità prognostica del reperto radiologico e non esclude l’utilità dell’esame quando è necessario chiarire il quadro diagnostico o pianificare un trattamento specifico 2 10.
Riconoscere i quadri che richiedono un invio medico
Segnali di allarme e urgenza dell’invio
Prima di iniziare il trattamento, è necessario ricercare eventuali segnali suggestivi di patologie spinali gravi, comunemente definiti red flags. Il documento internazionale di Finucane e colleghi fornisce indicazioni per organizzare questa valutazione. È importante ricordare, tuttavia, che un singolo segnale raramente è sufficiente, da solo, per confermare o escludere una patologia: i reperti devono essere interpretati considerando l’anamnesi, la presenza di altri sintomi e la loro evoluzione nel tempo 3.
Per orientare le decisioni cliniche, possiamo distinguere tre livelli di intervento, in base all’urgenza della situazione e alla necessità di ulteriori accertamenti. Questa suddivisione rappresenta una proposta organizzativa da validare con lo specialista e adattare ai percorsi locali di invio. Non costituisce uno strumento diagnostico validato e non sono disponibili stime specifiche della sua sensibilità e specificità.
Red flags
Invio urgente1. Invio urgente. La comparsa di difficoltà a iniziare la minzione, incapacità di svuotare la vescica, alterazioni della percezione del suo riempimento, perdita del controllo intestinale o riduzione della sensibilità perineale deve far sospettare una possibile sindrome della cauda equina. Questi sintomi richiedono una valutazione medica urgente, così come la comparsa recente di un deficit motorio importante o in rapido peggioramento. In queste circostanze, è necessario interrompere la seduta e attivare tempestivamente il percorso di invio appropriato, senza attendere la comparsa di ulteriori sintomi o il controllo successivo 3 5.
2. Approfondimento medico in base al sospetto clinico. È necessario rivalutare il quadro diagnostico quando il dolore diventa bilaterale, compaiono disturbi neurologici non ancora indagati oppure l’anamnesi e i sintomi suggeriscono una possibile patologia grave, come una neoplasia, un’infezione o una frattura vertebrale. Anche eventuali disturbi urinari, intestinali o della sensibilità perineale che si sono manifestati per un breve periodo e successivamente sono scomparsi devono essere approfonditi: la loro assenza al momento della visita non è sufficiente a escludere una condizione grave. Se il sospetto clinico riguarda una patologia che richiede un intervento tempestivo, l’approfondimento deve avvenire in urgenza 3.
3. Reperti da interpretare e monitorare. Uno Straight Leg Raise (SLR) positivo, un dolore intenso o un deficit neurologico lieve, stabile e già valutato non indicano necessariamente un’emergenza. Questi reperti possono essere presenti anche in pazienti per i quali è appropriata una gestione conservativa. È comunque necessario monitorarne l’evoluzione e verificare l’eventuale comparsa di nuovi segnali di allarme. È inoltre importante non confondere la presenza di un segno neurologico con un’indicazione automatica all’invio urgente: negli studi clinici sulla fisioterapia, i criteri di esclusione riguardavano le condizioni che richiedevano un intervento urgente, non necessariamente qualsiasi alterazione neurologica 5 12.
Per raccogliere informazioni attendibili, è fondamentale porre domande specifiche. Occorre indagare eventuali difficoltà nella minzione, cambiamenti del controllo intestinale e alterazioni della sensibilità nella regione perineale, anche chiedendo se il paziente abbia notato differenze durante l’igiene personale. Una domanda generica sulla presenza di altri disturbi potrebbe non essere sufficiente a far emergere questi sintomi. Quando indicato, l’esame della sensibilità perineale deve essere eseguito nel contesto appropriato, nel rispetto delle competenze professionali e delle procedure locali. Un risultato normale, tuttavia, non consente da solo di escludere una sindrome della cauda equina 3.
Prima di concludere la visita, è necessario spiegare al paziente quali sintomi richiedono assistenza urgente e a quale servizio rivolgersi in caso di comparsa o peggioramento. È opportuno documentare che queste indicazioni sono state fornite. Questa strategia, definita safety netting nel documento di Finucane e colleghi, permette al paziente di riconoscere tempestivamente eventuali cambiamenti clinici e di sapere come comportarsi qualora si manifestino nuovi sintomi tra una seduta e l’altra 3.
Diagnosi differenziale e scelta degli accertamenti
Dopo aver escluso la necessità di un invio urgente, valutiamo se i sintomi siano effettivamente compatibili con un’origine radicolare. Un’ernia descritta nel referto non spiega automaticamente ogni dolore alla gamba. Se la distribuzione dei sintomi, l’esame della forza e quello della sensibilità non sono coerenti, dobbiamo considerare altre cause. La tabella riassume alcune situazioni da approfondire; nessuna riga, da sola, permette di escludere una diagnosi 11 13.
In assenza di un sospetto di patologia grave, NICE sconsiglia di richiedere esami di imaging di routine nelle cure non specialistiche. Se i sintomi persistono e si prende in considerazione un’infiltrazione o un intervento, lo specialista valuta se la risonanza possa orientare quella decisione. Quando sospettiamo una cauda equina o un’altra patologia grave, seguiamo invece il percorso di invio urgente 2 3.
Valutazione e scelta del percorso
Anamnesi e limitazioni nelle attività
L’anamnesi permette di ricostruire l’esordio dei sintomi, la loro distribuzione e la loro evoluzione nel tempo. Per distinguere i percorsi A e B, è importante indagare l’impatto del dolore sulle attività quotidiane, chiedendo al paziente quanto riesca a camminare, come dorma, se riesca a lavorare e quali posizioni riesca a tollerare.
È altrettanto importante capire se questi aspetti siano in miglioramento, stabili o in peggioramento. Nei pazienti con sintomi persistenti da diversi mesi, occorre approfondire anche i trattamenti già effettuati, la loro durata, l’aderenza al programma e le eventuali ragioni che hanno portato a interromperli.
Durante il colloquio, è utile raccogliere informazioni sui seguenti aspetti:
- distribuzione del dolore 🡪 sede del dolore all’arto inferiore e relazione con l’eventuale dolore lombare;
- sintomi neurologici riferiti 🡪 presenza di formicolio, intorpidimento o debolezza e relativa evoluzione;
- fattori aggravanti e allevianti 🡪 attività e posizioni che provocano o riducono i sintomi, specificando la durata o la quantità di attività tollerata;
- impatto funzionale 🡪 qualità del sonno, limitazioni lavorative e difficoltà durante il cammino;
- gestione dei sintomi 🡪 esercizi effettivamente svolti e risposta durante l’esecuzione e nelle ore successive;
- aspettative e fattori psicologici 🡪 obiettivi del paziente, aspettative di recupero ed eventuale paura del movimento.
Stynes e colleghi hanno studiato 395 pazienti con dolore lombare irradiato all’arto inferiore; l’analisi del modello diagnostico ha incluso 394 partecipanti, a causa di un dato mancante. Gli autori hanno individuato cinque elementi utili a riconoscere la lombosciatalgia: dolore irradiato al di sotto del ginocchio, dolore alla gamba più intenso rispetto a quello lombare, disturbi sensitivi riferiti, test neurodinamici positivi e presenza di deficit neurologici.
Il punteggio si ottiene sommando i punti attribuiti a ciascun elemento, proporzionali al peso che aveva nel modello: 1 punto per formicolio o intorpidimento riferiti nell’arto coinvolto, 2 per il dolore al di sotto del ginocchio, 2 per il dolore alla gamba più intenso di quello lombare, 3 per un test neurodinamico positivo (Straight Leg Raise, test del nervo femorale o Slump test) e 2 per un deficit di forza, riflessi o sensibilità nell’arto coinvolto. Il totale massimo è 10 punti 11.
Utilizzando una soglia di almeno 5 punti su 10, il modello mostrava una sensibilità di 0,85 e una specificità di 0,88. Questi risultati devono tuttavia essere interpretati con cautela: la diagnosi di riferimento utilizzata nello studio comprendeva elementi sovrapponibili a quelli inclusi nel modello, con il rischio di sovrastimarne le prestazioni. Inoltre, l’assenza di una validazione esterna limita la possibilità di generalizzare questi risultati ad altre popolazioni 11.
Il principale contributo dello studio alla pratica clinica consiste nel sottolineare l’importanza di integrare più informazioni concordanti. La presenza simultanea di diversi elementi compatibili con un interessamento radicolare può rafforzare l’ipotesi diagnostica rispetto a un singolo reperto isolato. Il punteggio proposto, tuttavia, non sostituisce il ragionamento clinico e non esonera il fisioterapista dal monitorare l’evoluzione dei sintomi e dal rivalutare l’ipotesi diagnostica quando il quadro clinico cambia.
Esame neurologico e test neurodinamici
L’esame neurologico permette di individuare eventuali deficit e monitorarne l’evoluzione nel tempo. Durante la valutazione, registriamo i risultati delle prove di forza muscolare, sensibilità e riflessi osteotendinei, specificando il lato esaminato, il movimento o il territorio sensitivo valutato e l’esito rilevato. Questa documentazione consente di confrontare i risultati tra le diverse sedute e di verificare se un deficit sia rimasto stabile, sia migliorato o sia peggiorato, indipendentemente dalle variazioni dell’intensità del dolore.
La revisione sistematica di Tawa e colleghi, che ha incluso 12 studi sulla capacità diagnostica dell’esame clinico nella radicolopatia lombosacrale, evidenzia una variabilità nell’accuratezza dei singoli test. I risultati devono quindi essere interpretati nel loro insieme, integrandoli con l’anamnesi e gli altri reperti clinici 13.
La valutazione della forza muscolare può comprendere l’estensione del ginocchio, la dorsiflessione della caviglia, l’estensione dell’alluce e la flessione plantare, selezionando le prove in base al sospetto clinico. È inoltre opportuno esaminare i riflessi rotuleo e achilleo. Ciascun risultato può contribuire a identificare la possibile sede del coinvolgimento neurologico, ma nessun singolo movimento o riflesso consente di localizzare con certezza una radice nervosa se considerato isolatamente.
Le figure seguenti illustrano l’esecuzione delle principali manovre di valutazione 13.



I test neurodinamici, come lo Straight Leg Raise (SLR) e lo Slump test, permettono di valutare la risposta dei sintomi a specifiche posizioni e manovre che sollecitano il sistema nervoso. Durante l’esecuzione, è importante verificare se la manovra riproduce il dolore abitualmente riferito dal paziente e se questo cambia modificando una componente del test (differenziazione strutturale). La sola limitazione dell’ampiezza di movimento o la comparsa di una sensazione di tensione nella regione posteriore della coscia non sono sufficienti, di per sé, per definire il test positivo.
Nella revisione sistematica di Tawa e colleghi, gli studi inclusi utilizzavano criteri di positività e metodi diagnostici di riferimento differenti, prevalentemente in contesti specialistici. Questa eterogeneità limita la confrontabilità dei risultati e impone cautela nell’interpretazione dell’accuratezza diagnostica dei singoli test 13.
La tabella riassume gli elementi da registrare durante la valutazione, così da rendere confrontabili i risultati tra le diverse visite. I test clinici, tuttavia, non presentano un’accuratezza diagnostica costante in ogni contesto: la revisione sistematica di Tawa e colleghi non fornisce una stima univoca applicabile indistintamente a tutti i pazienti. I risultati dei singoli test, siano essi positivi o negativi, devono pertanto essere interpretati nel contesto clinico complessivo e integrati con gli altri reperti dell’esame obiettivo 13.


Misurare dolore, disabilità e attività recuperate
Per valutare l’efficacia del trattamento, è importante monitorare separatamente l’intensità del dolore e il recupero funzionale. Possiamo utilizzare una scala di valutazione del dolore all’arto inferiore, un questionario specifico per la disabilità e una o due attività concordate con il paziente, come camminare per una determinata distanza o mantenere la posizione seduta durante il lavoro. In presenza di deficit neurologici, è necessario monitorare anche la forza muscolare, la sensibilità e i riflessi osteotendinei.
Nei pazienti con sintomi persistenti, i progressi nel recupero delle attività quotidiane rappresentano un indicatore clinicamente rilevante dell’evoluzione del quadro e possono fornire informazioni più utili del semplice numero di sedute completate.
La minima differenza clinicamente importante (Minimal Clinically Important Difference, MCID) rappresenta un riferimento per stabilire se una variazione del punteggio possa avere un significato clinicamente rilevante per il paziente. Non costituisce, tuttavia, una soglia da utilizzare automaticamente per decidere la dimissione o decretare il fallimento del trattamento.
È inoltre fondamentale distinguere il cambiamento osservato nel singolo paziente dalla differenza media tra i gruppi di uno studio clinico. Il primo descrive l’evoluzione individuale, mentre la seconda stima la differenza media negli esiti tra i trattamenti confrontati.
Trattamento fisioterapico
Il programma fisioterapico viene definito sulla base delle limitazioni funzionali e delle esigenze emerse durante la valutazione. Nel percorso A, l’intervento si concentra sulla selezione degli esercizi più appropriati e sulla ripresa progressiva delle attività quotidiane, fornendo al paziente gli strumenti necessari per gestire autonomamente il programma. Nel percorso B, invece, esercizi e carico vengono adattati in funzione delle importanti limitazioni causate dal dolore, monitorando attentamente anche l’eventuale evoluzione dei deficit neurologici. Nel percorso C, dedicato ai sintomi persistenti, è fondamentale ricostruire i trattamenti già effettuati, valutarne gli esiti e individuare le attività funzionali che il paziente deve ancora recuperare.
Questa organizzazione dell’assistenza è coerente con le indicazioni NICE relative all’esercizio terapeutico, all’autogestione e alla necessità di adattare gli interventi alle esigenze individuali 2.
Educazione e attività quotidiane
Dire al paziente di mantenersi attivo è utile soltanto se gli forniamo indicazioni concrete su come farlo in base alla sua situazione. Se, per esempio, il cammino diventa doloroso dopo pochi minuti, possiamo concordare una durata iniziale e suggerire di distribuire l’attività in più momenti della giornata. È importante spiegare quali reazioni osservare durante e dopo l’attività e quali cambiamenti riferire durante i controlli. L’obiettivo è favorire la ripresa delle attività tollerabili, monitorando l’evoluzione dei sintomi e verificando che non compaiano nuovi deficit neurologici o un peggioramento di quelli già presenti 2 3.
Lo studio randomizzato di Vroomen e colleghi ha coinvolto 183 persone con lombosciatalgia sufficientemente intensa da rendere plausibile la prescrizione di due settimane di riposo a letto. I partecipanti sono stati assegnati a due gruppi:
- riposo a letto 🡪 riposo prescritto per due settimane, con brevi interruzioni per svolgere le normali necessità quotidiane;
- attesa vigile 🡪 possibilità di continuare a muoversi e lavorare secondo la tolleranza individuale, evitando attività che provocassero inutilmente un aumento del dolore 4.
Dopo due settimane, riferiva un miglioramento complessivo il 70% dei pazienti del gruppo assegnato al riposo a letto e il 65% di quelli del gruppo di confronto. A 12 settimane, la percentuale era dell’87% in entrambi i gruppi. Questi valori rappresentano il giudizio globale dei pazienti sulla propria condizione e non la percentuale di riduzione del dolore. I risultati non hanno evidenziato un vantaggio del riposo a letto rispetto all’attesa vigile. È tuttavia importante considerare che i partecipanti provenivano da un percorso neurologico: i risultati non possono quindi essere generalizzati automaticamente a tutte le persone con dolore irradiato all’arto inferiore che si rivolgono alle cure primarie 4.
Nella pratica clinica, possiamo quindi consentire pause e posizioni di sollievo quando necessarie, evitando che il riposo diventi la modalità prevalente di gestione della giornata. Un approccio possibile consiste nel suddividere le attività più impegnative in periodi brevi, aumentandone gradualmente la durata quando la risposta del paziente lo consente. Il livello iniziale di attività dovrebbe essere definito sulla base delle capacità funzionali effettive e della tolleranza individuale, piuttosto che esclusivamente in funzione del tempo trascorso dall’esordio dei sintomi.
Durante il colloquio, possiamo utilizzare spiegazioni semplici e concrete, adattandole ai risultati della valutazione e alle esigenze del singolo paziente:
- «Il dolore alla gamba e la funzione della radice nervosa ci forniscono informazioni diverse. Per questo, oltre al dolore, controlleremo anche la forza muscolare e la sensibilità»;
- «Non è necessario aspettare che il dolore scompaia completamente prima di riprendere a muoversi. Individueremo le attività che riesce a svolgere e stabiliremo una quantità iniziale compatibile con le sue capacità»;
- «Monitoreremo non soltanto il dolore, ma anche quanto riesce a camminare, dormire e lavorare. Questi cambiamenti ci aiuteranno a capire come sta evolvendo la sua condizione e se il programma è adeguato»;
- «Se dovessero comparire nuove difficoltà a urinare, alterazioni della sensibilità nella regione perineale o una perdita importante e rapidamente progressiva della forza, dovrà rivolgersi immediatamente a un servizio di emergenza, senza aspettare la seduta successiva».
Questi esempi traducono in un linguaggio accessibile le raccomandazioni relative al mantenimento delle attività, al monitoraggio clinico e alla sicurezza del paziente 2 3.
Durante il colloquio, è inoltre utile esplorare le aspettative del paziente rispetto al recupero, le sue preoccupazioni e gli eventuali ostacoli alla ripresa delle attività. Nella coorte ATLAS, l’aspettativa di una lunga durata dei sintomi era associata a una minore probabilità di miglioramento. Questo dato suggerisce l’importanza di approfondire le convinzioni e le preoccupazioni del paziente, senza interpretare l’associazione come una prova di causalità né attribuire alla persona la responsabilità della persistenza del dolore 10.
Percorso A ed esercizio nei sintomi recenti
Quando i sintomi sono recenti, possiamo iniziare individuando i movimenti e le posizioni che riducono il dolore o ne modificano favorevolmente la distribuzione. Una risposta osservabile durante alcuni programmi di esercizio direzionale è la centralizzazione del dolore, cioè la riduzione o la scomparsa del sintomo nella parte più distale dell’arto inferiore, con una sua eventuale persistenza più prossimale, verso la coscia o la regione lombare. Per esempio, il paziente può non avvertire più dolore al polpaccio, pur continuando a percepirlo nella coscia o nella zona lombare. Questa risposta può orientare la scelta degli esercizi, ma non dimostra che un’ernia discale sia rientrata o abbia cambiato posizione 5.
Fritz e colleghi hanno confrontato l’educazione da sola con l’educazione associata a un intervento fisioterapico precoce in 220 adulti di età compresa tra 18 e 60 anni. I partecipanti presentavano sintomi da non più di 90 giorni, dolore irradiato al di sotto del ginocchio e segni clinici compatibili con un interessamento radicolare. Tutti ricevevano un opuscolo informativo e una sessione educativa; il gruppo assegnato alla fisioterapia seguiva anche un programma strutturato, che prevedeva:
- avvio del trattamento entro tre giorni;
- 6-8 sedute nell’arco di quattro settimane, con due sedute settimanali nelle prime due settimane e una o due nelle successive;
- esercizi selezionati sulla base della risposta a movimenti ripetuti o a posizioni mantenute, associati a terapia manuale;
- esecuzione domiciliare degli esercizi prescritti ogni 4-5 ore nei giorni tra le sedute 5.
A quattro settimane, il punteggio medio dell’Oswestry Disability Index (ODI) era inferiore di 8,2 punti su 100 nel gruppo sottoposto a fisioterapia rispetto al gruppo che aveva ricevuto la sola educazione, indicando una minore limitazione funzionale. A sei mesi, endpoint principale dello studio, la differenza media era di 5,4 punti (IC 95%: 1,3-9,4). Quest’ultimo valore era inferiore alla soglia di 6-8 punti indicata dagli autori come riferimento per una differenza clinicamente importante.
A un anno, il 45,2% dei partecipanti del gruppo fisioterapia riferiva di stare molto o moltissimo meglio rispetto all’inizio dello studio, contro il 27,6% del gruppo di confronto. Poiché l’intervento comprendeva più componenti, non è possibile attribuire il beneficio osservato esclusivamente agli esercizi o alla terapia manuale 5.
Nel complesso, lo studio sostiene la possibilità di proporre un intervento fisioterapico già nelle prime settimane, con benefici medi sulla disabilità più evidenti nel breve periodo. I risultati, tuttavia, non consentono di garantire la scomparsa del dolore irradiato né di stabilire un numero di sedute valido per tutti i pazienti. Le 6-8 sedute rappresentavano il programma previsto dal protocollo, mentre i partecipanti ne svolsero in media 5,5. Nella pratica clinica, la frequenza e la durata dell’assistenza devono quindi essere adattate alle necessità individuali e rivalutate in base al recupero funzionale e alla capacità del paziente di gestire autonomamente gli esercizi 5.
Nel supplemento dello studio è descritta una progressione di esercizi in estensione, proposta ai pazienti che mostravano una risposta favorevole a questa direzione di movimento. Il press-up consiste nell’estendere il tronco dalla posizione prona, aiutandosi con gli arti superiori. Le varianti previste dal protocollo comprendevano:
- mantenimento della posizione prona;
- mantenimento della posizione prona in appoggio sui gomiti;
- sollevamento del tronco dalla posizione prona fino all’appoggio sui gomiti;
- press-up con estensione delle braccia;
- press-up associato al rilassamento del bacino;
- press-up con sovrapressione, quando indicata e sotto supervisione;
- estensioni ripetute in posizione eretta 5.
Il protocollo prevedeva una progressione fino a cinque minuti per le posizioni mantenute oppure a tre serie da dieci ripetizioni per i movimenti ripetuti. Il fisioterapista modulava l’ampiezza del movimento in funzione della risposta clinica, con l’obiettivo di favorire la centralizzazione e limitare l’aumento dei sintomi. Questi parametri descrivono il protocollo studiato, ma non costituiscono una sequenza da completare obbligatoriamente. La progressione deve essere individualizzata e l’estensione non va scelta automaticamente in assenza di una risposta favorevole. Anche l’eventuale sovrapressione richiede una valutazione clinica e una supervisione adeguata: non è un passaggio da introdurre autonomamente nel programma domiciliare 5.
Dal sollievo durante l’esercizio al recupero delle attività
Il sollievo ottenuto durante la seduta deve essere confrontato con la risposta del paziente nella vita quotidiana. È utile chiedere se il dolore cambia distribuzione, quanto dura un eventuale aumento dei sintomi e se si osservano miglioramenti nella capacità di camminare, dormire o lavorare. Se un esercizio produce sollievo, ma il paziente continua a evitare determinate attività, il programma dovrebbe includere anche una ripresa graduale di queste ultime. Aumentare soltanto il numero di ripetizioni non è necessariamente sufficiente ad affrontare le limitazioni funzionali.
Luijsterburg e colleghi hanno studiato un programma basato su esercizi e consigli in 135 adulti con lombosciatalgia presente da meno di sei settimane. Un gruppo riceveva le cure abituali del medico di medicina generale, mentre all’altro venivano offerte anche fino a nove sedute fisioterapiche di 30 minuti nelle prime sei settimane. Gli esercizi venivano selezionati dal fisioterapista con l’obiettivo di favorire il recupero funzionale e il ritorno alle attività. Il protocollo escludeva massaggi, manipolazioni e terapie strumentali, ma non specificava il numero di serie e ripetizioni dei singoli esercizi 12.
A tre mesi, il 70% dei pazienti del gruppo sottoposto anche a fisioterapia si dichiarava molto migliorato o guarito, rispetto al 62% del gruppo che aveva ricevuto le sole cure del medico di medicina generale. La differenza non era statisticamente significativa. A un anno, le percentuali erano rispettivamente del 79% e del 56%; tuttavia, non emergevano differenze chiare tra i gruppi nelle misure di dolore e disabilità. Inoltre, il numero di partecipanti era inferiore a quello previsto, riducendo la precisione delle stime 12.
Questi risultati mostrano l’importanza di distinguere il giudizio complessivo del paziente sul proprio recupero dalle variazioni del dolore e della disabilità, che non necessariamente procedono di pari passo. È quindi opportuno monitorare separatamente questi aspetti. Sul piano pratico, possiamo mantenere un esercizio che produce una risposta favorevole e affiancarlo a una progressione delle attività funzionali. La linea guida danese prende in considerazione esercizi direzionali, esercizi per il controllo motorio e allenamento della forza, senza individuare un approccio costantemente superiore agli altri 7.
La scelta degli esercizi può partire da una difficoltà concreta riferita dal paziente. Se, per esempio, fatica ad alzarsi da una sedia, possiamo proporre il passaggio dalla posizione seduta a quella eretta (sit-to-stand); se incontra difficoltà sulle scale, possiamo introdurre la salita su un gradino (step-up). Per chi deve sollevare o movimentare oggetti, possiamo iniziare con sollevamenti da un piano rialzato, modificando gradualmente l’altezza e il carico in base alla risposta individuale. Il bridge e il bird-dog, che consiste nell’estensione contemporanea di un braccio e della gamba controlaterale in quadrupedia, sono ulteriori opzioni per allenare il controllo del tronco.
Questi esercizi rappresentano esempi applicativi, non una sequenza standard da proporre a tutti. La scelta e la progressione devono essere coerenti con la valutazione clinica, le limitazioni funzionali, la tolleranza al carico e gli obiettivi concordati con il paziente.



Percorso B ed esercizio quando le limitazioni sono marcate
Nel percorso B, l’obiettivo è comprendere quali fattori impediscano al paziente di muoversi e individuare gli interventi più appropriati. Chi evita di camminare per timore di aggravare un’ernia discale può avere soprattutto bisogno di informazioni rassicuranti e di una ripresa graduale e guidata delle attività. Chi, invece, non riesce a camminare a causa di un dolore intenso o di una debolezza muscolare può richiedere un coordinamento precoce con il medico. È quindi opportuno individuare una quantità di movimento tollerabile e stabilire tempi e modalità della rivalutazione. Un deficit neurologico importante non ancora inquadrato o un peggioramento della forza richiedono una valutazione medica tempestiva, senza attendere la conclusione del programma riabilitativo 2 3.
Albert e Manniche hanno confrontato due programmi di trattamento attivo in 181 persone con lombosciatalgia severa, presente da due settimane a un anno, inviate a un centro specialistico dopo una risposta insufficiente alle cure iniziali. Lo studio offre indicazioni utili anche per i pazienti con importanti limitazioni funzionali, sebbene comprendesse persone con durate dei sintomi molto diverse, inclusi casi persistenti. Entrambi i gruppi ricevevano informazioni e consigli per mantenersi attivi, modulando le attività qualora aumentasse il dolore all’arto inferiore. Il trattamento prevedeva 15:
- 4-8 incontri nell’arco di 8 settimane, con una media effettiva di 4,8 contatti;
- nel gruppo sperimentale, esercizi direzionali e posturali selezionati in base ai sintomi, associati a esercizi di stabilizzazione e a un lavoro dinamico per il tronco;
- nel gruppo di confronto, esercizi generali a bassa intensità, finalizzati a favorire il movimento e la circolazione;
- un adattamento individuale degli esercizi, senza una prescrizione dettagliata e uniforme in termini di serie e ripetizioni 15.
Al termine del trattamento, il punteggio mediano alla scala Roland-Morris Disability Questionnaire (RMDQ) si riduceva da circa 15 a 6 punti in entrambi i gruppi. Una riduzione di almeno il 30% del punteggio iniziale veniva raggiunta dal 73% dei partecipanti trattati con esercizi guidati dai sintomi e dal 77,5% di quelli che seguivano il programma di esercizi generali. Il dolore attuale all’arto inferiore era pari, rispettivamente, a 1,5 e 2,3 su 10, senza una differenza statisticamente significativa tra i gruppi.
Alcuni esiti secondari, tra cui il giudizio globale sul miglioramento e alcuni reperti clinici, favorivano il programma guidato dai sintomi. Tuttavia, poiché entrambi i gruppi ricevevano un trattamento attivo, lo studio non consente di isolare il contributo dell’esercizio rispetto al decorso naturale della condizione, né di concludere che uno dei due programmi riduca la necessità di ricorrere alla chirurgia 15.
I risultati suggeriscono che anche i pazienti con importanti limitazioni funzionali possono essere coinvolti in un programma attivo, purché gli esercizi siano adattati alle loro capacità e la funzione neurologica venga monitorata quando indicato. Lo studio non identifica una sequenza di esercizi superiore per tutti. Se il paziente tollera soltanto pochi movimenti, possiamo iniziare da quelli che riesce a eseguire e che risultano utili per recuperare attività quotidiane rilevanti, come alzarsi dalla sedia o camminare in casa.
Il trial SCOPiC, condotto da Foster e colleghi, ha esaminato un modello di organizzazione dell’assistenza per 476 adulti con lombosciatalgia seguiti nelle cure primarie. Il modello sperimentale prevedeva una stratificazione dell’assistenza in base al rischio di un esito sfavorevole, valutato mediante lo strumento STarT Back, e ad alcune caratteristiche cliniche, tra cui intensità e distribuzione del dolore, limitazioni funzionali e deficit sensitivi. Erano previsti tre livelli di assistenza 16:
- fino a 2 sedute per sostenere l’autogestione;
- fino a 6 sedute nell’arco di 6-12 settimane, comprendenti esercizio e altri interventi individualizzati;
- accesso rapido alla risonanza magnetica e a una valutazione specialistica spinale per il sottogruppo selezionato 16.
Il tempo mediano alla risoluzione dei sintomi era di 10 settimane nel gruppo sottoposto ad assistenza stratificata e di 12 settimane nel gruppo che riceveva le cure abituali. La differenza non era statisticamente significativa (hazard ratio: 1,14; IC 95%: 0,89–1,46). Anche i partecipanti del gruppo di confronto ricevevano una valutazione fisioterapica e potevano accedere ad altri trattamenti. Lo studio confrontava pertanto due modalità di organizzazione dell’assistenza, non la fisioterapia con l’assenza di trattamento 16.
Questi risultati non giustificano l’applicazione automatica dell’algoritmo studiato per decidere quali pazienti inviare rapidamente allo specialista. Le decisioni devono essere basate sul quadro clinico individuale e sull’evoluzione dei sintomi. Nel percorso B, quando è presente un deficit motorio, è importante monitorare la forza e adattare l’ampiezza e il volume degli esercizi alla risposta del paziente. La frequenza dei controlli dipende dalla necessità di monitoraggio clinico e dalla capacità della persona di gestire autonomamente il programma domiciliare: il calendario previsto nei trial non stabilisce un numero di sedute valido per tutti i pazienti con lombosciatalgia severa.
Percorso C ed esercizio nei sintomi persistenti
Quando il dolore persiste da mesi, è importante chiarire che cosa abbia comportato concretamente la fisioterapia già svolta. Il paziente potrebbe aver ricevuto prevalentemente trattamenti passivi, aver eseguito gli esercizi in modo discontinuo oppure aver seguito con regolarità un programma senza ottenere benefici significativi. Si tratta di situazioni differenti, che richiedono valutazioni diverse. Ricostruire i contenuti, il dosaggio e la continuità del trattamento precedente aiuta a individuare gli eventuali aspetti da modificare, tenendo conto dei bisogni, delle preferenze e delle capacità individuali, in linea con le raccomandazioni NICE 2.
È inoltre utile indagare se il paziente tema determinati movimenti o ritenga che la propria condizione non possa migliorare. Queste convinzioni possono influenzare la partecipazione al programma riabilitativo e vanno considerate nel colloquio e nella scelta delle attività. Si tratta di aspetti da esplorare nell’ambito della gestione clinica; l’eventuale necessità di un supporto psicologico richiede invece una valutazione specifica. Le precedenti raccomandazioni NICE relative alla terapia psicologica e ai programmi combinati sono state ritirate nel luglio 2026 e, pertanto, non vengono presentate in questo contesto come indicazioni attualmente vigenti 2.
Gli obiettivi dell’esercizio devono essere definiti in relazione alle attività che risultano ancora limitate. Se il paziente fatica a camminare, possiamo misurare la durata o la distanza che riesce a percorrere. Se non riesce a lavorare, è utile analizzare i carichi, le posture e la durata delle mansioni richieste. Se evita di flettersi, occorre comprendere quanto incidano il dolore, le limitazioni fisiche e la paura del movimento. Un esercizio direzionale che riduce i sintomi può essere mantenuto nel programma, associandolo agli esercizi necessari per recuperare le attività compromesse.
Plaza-Manzano e colleghi hanno studiato un programma di controllo motorio del tronco in 32 adulti con ernia discale confermata mediante risonanza magnetica, sintomi presenti da almeno tre mesi e test SLR ommune. Un gruppo eseguiva il programma di esercizi, mentre l’altro riceveva anche un intervento di mobilizzazione neurale. Il programma ommune comprendeva 17:
- 8 sedute di 30 minuti distribuite nell’arco di 4 settimane;
- esercizi iniziali di attivazione del muscolo trasverso dell’addome e del multifido, seguiti da contrazioni combinate e da esercizi funzionali, come il ponte e gli esercizi in quadrupedia;
- 10 ripetizioni per esercizio, con mantenimento della contrazione per dieci secondi;
- pratica domiciliare quotidiana di 20 minuti 17.
A due mesi dalla conclusione delle sedute, il dolore medio all’arto inferiore era pari a 2,6 su 10 nel gruppo trattato anche con mobilizzazione neurale e a 3,2 su 10 nel gruppo che eseguiva soltanto gli esercizi. I punteggi alla scala Roland-Morris erano rispettivamente di 5,2 e 5,9 su 24. L’aggiunta della mobilizzazione neurale non determinava un vantaggio chiaramente dimostrabile in termini di dolore e disabilità; si osservavano invece miglioramenti maggiori nell’ampiezza del test SLR e nei sintomi neuropatici misurati mediante una scala specifica. Le dimensioni ridotte del campione impongono tuttavia cautela nell’interpretazione delle differenze tra i gruppi 17.
Questo studio fornisce un esempio di programma per il controllo motorio del tronco applicato a pazienti con sintomi persistenti. Per recuperare attività specifiche, come camminare, sollevare carichi o svolgere le mansioni lavorative, è comunque necessario allenare anche i compiti che risultano limitati. L’articolo presenta inoltre alcune indicazioni non uniformi riguardo alla durata e alla frequenza di specifiche componenti domiciliari e neurodinamiche. Non è quindi possibile ricostruire con certezza ogni dettaglio del dosaggio complessivo sulla sola base delle informazioni riportate 17.
Per quanto riguarda l’allenamento della forza e il recupero funzionale nella lombosciatalgia persistente, le evidenze disponibili non individuano una prescrizione unica applicabile a tutti i pazienti. La revisione di Dove e colleghi evidenzia un’ampia eterogeneità sia nei programmi studiati sia nei trattamenti di confronto 9. La tabella seguente propone pertanto dosaggi iniziali da sperimentare e adattare durante la seduta, sulla base della valutazione clinica e della risposta individuale. I dosaggi proposti costituiscono indicazioni operative da validare clinicamente, non la riproduzione di un singolo protocollo sperimentale.
La scelta degli esercizi deve essere guidata dagli obiettivi funzionali del paziente, senza sommare indiscriminatamente tutte le proposte della tabella. I dosaggi iniziali possono risultare insufficienti per una persona allenata o eccessivi per chi presenta limitazioni importanti. La prova in seduta consente di adattarli alle capacità individuali e alla risposta clinica. È inoltre utile registrare quanto il paziente riesce effettivamente a svolgere a domicilio, così da individuare il parametro più appropriato da modificare per primo, come il numero di ripetizioni, la durata, il carico o la frequenza.
Se il recupero rimane parziale, possiamo continuare a lavorare sulle attività funzionali limitate e, parallelamente, valutare l’opportunità di un consulto specialistico, soprattutto quando il dolore all’arto inferiore persiste ed è fortemente invalidante. Non è necessario attendere il completamento di un numero prestabilito di sedute prima di rivalutare il quadro clinico e considerare eventuali alternative terapeutiche 2.
Neurodinamica come componente aggiuntiva
La mobilizzazione neurale può essere integrata nel programma riabilitativo quando la valutazione neurodinamica riproduce i sintomi abituali del paziente e consente di individuare una modalità di movimento tollerabile. Negli slider, si combinano movimenti che aumentano la sollecitazione meccanica del sistema nervoso a un’estremità del suo decorso e la riducono all’altra, favorendone lo scorrimento relativo. Nei tensioner, invece, i movimenti aumentano la sollecitazione meccanica complessiva lungo il decorso nervoso. La scelta della tecnica deve basarsi sulla valutazione clinica e sulla risposta individuale: la semplice percezione di tensione non dimostra che il nervo debba essere allungato 18.




La revisione sistematica con metanalisi di Lin e colleghi comprendeva 20 trial per un totale di 877 partecipanti con radicolopatia lombare. Gli interventi, della durata di 2-6 settimane, prevedevano la mobilizzazione neurale da sola oppure in associazione con esercizio terapeutico e altri trattamenti. Al termine dei programmi, le differenze medie standardizzate favorivano gli interventi neurodinamici sia per il dolore (g di Hedges = −1,10) sia per la disabilità (g = −0,96). Tuttavia, il 65% dei trial presentava un alto rischio di bias, circostanza che riduce la fiducia nella stima dell’entità del beneficio 19.
La g di Hedges esprime la differenza tra gruppi in unità di deviazione standard e permette di combinare risultati ottenuti utilizzando scale differenti. Un valore pari a −1,10, pertanto, non equivale a una riduzione di 1,10 punti su una scala del dolore da 0 a 10. Inoltre, i risultati aggregati di una metanalisi non consentono di stabilire quale tecnica sia più efficace per il singolo paziente. Anche la revisione di Peacock, che comprendeva 8 trial e 322 partecipanti, evidenziava una notevole variabilità nei protocolli studiati, con risultati riferiti prevalentemente al breve termine 18.
Nel trial di Plaza-Manzano e colleghi, lo slider del nervo sciatico veniva eseguito prima degli esercizi di controllo motorio. Il protocollo prevedeva 3 serie da 10 ripetizioni, per una durata complessiva di circa 5 minuti, modulando l’ampiezza e la velocità del movimento per evitare di provocare dolore. A due mesi dalla conclusione del trattamento, il gruppo sottoposto anche a mobilizzazione neurale mostrava un incremento dell’ampiezza del test SLR di circa 9 gradi superiore rispetto al gruppo che eseguiva soltanto gli esercizi, senza un vantaggio chiaramente dimostrabile in termini di dolore e disabilità 17. Un miglioramento dell’ampiezza del test neurodinamico, quindi, non coincide necessariamente con un beneficio percepibile nelle attività quotidiane.
Per iniziare con un dosaggio più contenuto, possiamo proporre uno slider in posizione supina, con un assetto simile a quello utilizzato durante il test SLR, oppure in posizione seduta. Una possibile dose iniziale è una serie di 8-10 ripetizioni, eseguite entro un’ampiezza tollerata. Si tratta di una proposta clinica da adattare al singolo paziente, non del dosaggio utilizzato nel trial. La frequenza degli esercizi domiciliari e l’eventuale progressione a due serie devono essere definite sulla base della risposta osservata. Il passaggio ai tensioner non rappresenta una progressione obbligatoria.


La rivalutazione dovrebbe considerare non soltanto la risposta al test neurodinamico, ma anche l’andamento del dolore e una specifica attività funzionale concordata con il paziente. Se aumenta soltanto l’ampiezza del test, senza un miglioramento riconoscibile dal paziente, è opportuno riconsiderare l’utilità di mantenere la mobilizzazione neurale nel programma. Nei casi persistenti, il trattamento deve continuare a includere il recupero delle attività e la progressiva esposizione ai carichi che la persona deve tornare a sostenere.
Terapia manuale e terapie passive
La terapia manuale può essere presa in considerazione quando contribuisce a ridurre i sintomi e facilita il movimento o la partecipazione agli esercizi. NICE ne raccomanda l’impiego esclusivamente all’interno di un programma terapeutico che comprenda l’esercizio. La linea guida danese formula invece una raccomandazione debole, alla luce della bassa qualità delle evidenze disponibili sulla radicolopatia di recente insorgenza 2 7.
Nel trial di Fritz e colleghi, il 67,6% delle sedute comprendeva interventi di terapia manuale associati agli esercizi. Tuttavia, il disegno dello studio non consente di isolare il contributo specifico della terapia manuale rispetto alle altre componenti del trattamento 5.
Nella pratica clinica, possiamo individuare preventivamente un movimento o un’attività che il paziente fatica a eseguire, applicare la tecnica manuale e verificare se la risposta ottenuta facilita il compito individuato o la partecipazione all’esercizio. Un sollievo transitorio sul lettino, privo di ricadute apprezzabili sulla funzione o sulla possibilità di svolgere gli esercizi, non è sufficiente a giustificare la prosecuzione automatica del trattamento manuale.


Nel video, il termine «apertura» descrive il razionale biomeccanico delle tecniche mostrate. Un eventuale sollievo dopo la manovra, tuttavia, non dimostra che si sia verificata una decompressione della radice nervosa. L’utilità della tecnica deve essere valutata sulla base delle variazioni dei sintomi e della capacità del paziente di svolgere le attività funzionali.


Vanti e colleghi hanno esaminato 8 trial sulla trazione meccanica, per un totale di 567 partecipanti. L’aggiunta della trazione in posizione prona alla fisioterapia non ha mostrato un vantaggio chiaramente dimostrabile in termini di dolore e disabilità. Per la trazione in posizione supina sono emersi benefici a breve termine, ma le evidenze provenivano da studi di qualità inferiore. L’eterogeneità dei protocolli non consente di definire una prescrizione affidabile sulla base dei risultati disponibili 20.
NICE sconsiglia l’impiego della trazione, degli ultrasuoni e della stimolazione elettrica transcutanea (TENS) nella gestione della lombalgia e della lombosciatalgia. Queste modalità, pertanto, non dovrebbero essere inserite di routine nel programma riabilitativo 2.
Modificare la dose e gestire una riacutizzazione
Un aumento dei sintomi dopo l’esercizio richiede di valutare che cosa sia cambiato, con quale intensità e per quanto tempo. Nel trial di Fritz e colleghi, 37 pazienti sottoposti a fisioterapia riferivano effetti collaterali, principalmente un aumento del dolore lombare e rigidità, generalmente transitori 5. Prima di prescrivere gli esercizi, è quindi importante spiegare al paziente come adattarli in caso di fastidio e quali manifestazioni richiedano invece una rivalutazione clinica.
Nei tre percorsi, possiamo adottare i seguenti criteri operativi:
- monitoraggio della risposta 🡪 registrare gli esercizi eseguiti, le ripetizioni o la durata effettiva e la distribuzione dei sintomi prima e dopo l’attività;
- peggioramento persistente 🡪 se il dolore si estende più distalmente lungo l’arto inferiore e l’aumento dei sintomi persiste, ridurre l’ampiezza del movimento, il numero di ripetizioni o la frequenza dell’esercizio, rivalutandone l’appropriatezza;
- progression 🡪 se il paziente tollera il dosaggio proposto e migliora nell’attività funzionale concordata, aumentare un parametro alla volta, verificando la risposta;
- riacutizzazione 🡪 mantenere le attività ancora tollerabili e ridurre temporaneamente il carico degli esercizi, adattando il programma all’evoluzione dei sintomi;
- comparsa di segnali d’allarme 🡪 in presenza di nuovi deficit neurologici, peggioramento della forza o alterazioni della minzione, del controllo intestinale o della sensibilità perineale, interrompere la progressione e valutare tempestivamente la necessità di un invio medico urgente 3.
Le fonti considerate non definiscono una soglia di dolore durante l’esercizio universalmente accettabile per tutte le persone con lombosciatalgia, né supportano una regola valida per tutti basata esclusivamente sulla risposta nelle 24 ore successive. La decisione deve tenere conto dell’intensità, della distribuzione e della durata dei sintomi, oltre che delle conseguenze sulla capacità funzionale del paziente. È quindi opportuno documentare i criteri utilizzati per adattare il programma, in modo da poterli rivalutare e modificare durante i controlli.
Come rivalutare un recupero insufficiente
Se i risultati sono inferiori alle attese, verifichiamo innanzitutto quali esercizi e attività il paziente abbia effettivamente svolto e quali difficoltà abbia incontrato. Gli intervalli riportati nella tabella rappresentano proposte operative da validare clinicamente, utili per pianificare le rivalutazioni. Non definiscono una scadenza entro cui tutti i pazienti debbano recuperare e non devono essere confusi con i tempi di valutazione degli esiti utilizzati negli studi scientifici.
La comparsa di segnali di allarme richiede un intervento tempestivo, senza attendere le scadenze previste per la rivalutazione. Se il quadro clinico è stabile, ma il miglioramento risulta limitato, concordiamo con il paziente se proseguire il programma, modificarlo o richiedere ulteriori approfondimenti. La persistenza di una componente dolorosa, da sola, non indica necessariamente un fallimento del trattamento: deve essere interpretata considerando il recupero funzionale, l’evoluzione dei sintomi e l’andamento neurologico.
Coordinamento medico e consulto chirurgico
Farmaci e infiltrazioni
Durante il trattamento, è importante chiedere al paziente quali farmaci stia assumendo e se il dolore o gli eventuali effetti indesiderati interferiscano con la partecipazione agli esercizi e alle attività quotidiane. Queste informazioni possono essere condivise con il medico curante per favorire un coordinamento appropriato dell’assistenza. NICE sconsiglia l’uso di gabapentinoidi, altri antiepilettici, corticosteroidi orali e benzodiazepine per la gestione della lombosciatalgia; sconsiglia inoltre gli oppioidi nella lombosciatalgia cronica e raccomanda cautela nell’impiego dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS). Se il paziente sta già seguendo una terapia farmacologica, eventuali modifiche devono essere discusse con il medico prescrittore, senza interrompere o modificare autonomamente il trattamento 2.
Nel trial PRECISE, Mathieson e colleghi hanno assegnato casualmente 209 persone con lombosciatalgia al trattamento con pregabalin o placebo, per una durata massima di 8 settimane. Il dosaggio del farmaco veniva aumentato progressivamente fino a un massimo di 600 mg al giorno. A 8 settimane, il pregabalin non aveva prodotto una riduzione del dolore all’arto inferiore superiore a quella osservata con il placebo: la differenza media aggiustata era di 0,5 punti su una scala da 0 a 10 (IC 95%: −0,2–1,2). Nel gruppo trattato con pregabalin si osservava inoltre una maggiore frequenza di eventi avversi. Questi risultati riguardano la popolazione con lombosciatalgia studiata nel trial e non possono essere automaticamente estesi a tutte le condizioni caratterizzate da dolore neuropatico 14.
Per i pazienti con lombosciatalgia acuta severa, NICE raccomanda di considerare un’iniezione epidurale di anestetico locale e corticosteroide 2. Nel percorso B, questa possibilità può essere discussa con il medico quando il dolore è particolarmente intenso, limita il sonno e le attività quotidiane e ostacola la partecipazione al programma riabilitativo. La valutazione dell’indicazione, della tecnica e dei rischi dell’intervento compete al medico. Il fisioterapista può quindi adattare il programma riabilitativo alle capacità funzionali del paziente e alla sua risposta clinica.
Quando chiedere un consulto chirurgico
Un consulto chirurgico può essere preso in considerazione quando il dolore e le limitazioni funzionali rimangono importanti nonostante un trattamento conservativo adeguato e la risonanza magnetica evidenzia reperti compatibili con il quadro clinico. In queste circostanze, NICE raccomanda di considerare la decompressione chirurgica. La linea guida danese suggerisce, come indicazione di buona pratica clinica, una valutazione chirurgica entro 12 settimane quando persiste un dolore severo e invalidante. Questo intervallo non rappresenta un periodo di attesa obbligatorio e non si applica alle emergenze neurologiche, che richiedono un invio medico urgente 2 7.
Liu e colleghi hanno analizzato 12 trial sulla discectomia, per un totale di 1.711 partecipanti con lombosciatalgia associata a ernia discale. Rispetto ai trattamenti non chirurgici, l’intervento determinava una maggiore riduzione del dolore all’arto inferiore: la differenza media tra i gruppi era di 12,1 punti su una scala da 0 a 100 entro le prime 6 settimane, di 11,7 punti tra sei settimane e tre mesi e di 2,3 punti nel periodo di osservazione intorno ai 12 mesi. Gli autori consideravano moderati gli effetti osservati nei primi due intervalli e trascurabile quello rilevato intorno ai 12 mesi. La certezza complessiva delle evidenze era tuttavia bassa o molto bassa 6.
Il principale vantaggio della chirurgia emerso dalla revisione era quindi un sollievo più rapido dal dolore. Nel tempo, i risultati medi dei gruppi tendevano ad avvicinarsi. Occorre tuttavia considerare che, in diversi trial, alcuni partecipanti inizialmente assegnati al trattamento conservativo venivano successivamente sottoposti a intervento chirurgico. Non è quindi possibile concludere che evitare definitivamente la chirurgia produca risultati equivalenti in tutti i pazienti. Questo aspetto deve essere esplicitato quando si discutono le alternative terapeutiche 6.
Un confronto specifico per i sintomi persistenti proviene dal trial di Bailey e colleghi, che ha coinvolto 128 persone con lombosciatalgia presente da 4 a 12 mesi. I partecipanti sono stati assegnati alla microdiscectomia oppure a 6 mesi di trattamento non chirurgico standardizzato, con la possibilità di ricorrere successivamente all’intervento. A 6 mesi, il dolore medio all’arto inferiore era pari a 2,8 su 10 nel gruppo chirurgico e a 5,2 su 10 nel gruppo sottoposto inizialmente al trattamento non chirurgico. I partecipanti erano stati selezionati in un centro specialistico: questi risultati non sono pertanto generalizzabili automaticamente a tutte le persone con dolore radicolare persistente 21.
Per supportare una decisione condivisa, è utile documentare le attività ancora limitate, i trattamenti già effettuati e i risultati ottenuti. Il paziente deve poter discutere con lo specialista i benefici attesi, compresa la possibilità di ottenere un sollievo più rapido, insieme ai rischi dell’intervento e ai tempi di recupero. La richiesta di un consulto chirurgico rappresenta una componente della gestione clinica e non equivale, di per sé, a dichiarare fallito il trattamento fisioterapico.
Prognosi e ritorno alle attività
Quando si parla di prognosi, è importante precisare che cosa si intende per miglioramento. Nella coorte ATLAS, che ha seguito 609 adulti con dolore lombare irradiato alla gamba, il 55% ha ottenuto, a 1 anno, una riduzione della disabilità di almeno il 30% rispetto alla valutazione iniziale. La percentuale era simile nei pazienti con lombosciatalgia e in quelli con dolore somatico riferito. Questo esito indica una riduzione delle limitazioni funzionali, ma non implica necessariamente la scomparsa del dolore o il recupero completo di un eventuale deficit neurologico 10.
Nello stesso studio, la presenza di sintomi alla gamba da oltre 3 mesi e le aspettative di una lunga durata dei sintomi erano associate a minori probabilità di miglioramento. La presenza di compressione radicolare alla risonanza magnetica, invece, non consentiva di prevedere il recupero della disabilità. Trattandosi di uno studio osservazionale, queste associazioni contribuiscono a descrivere il decorso clinico, ma non dimostrano che modificare un singolo fattore determini un esito migliore 10.
La revisione di De Bruyn e colleghi, pubblicata nel 2025, conferma l’incertezza delle evidenze sui fattori prognostici associati al successo del trattamento conservativo nell’ernia discale. Molti dei fattori esaminati sono supportati da un solo studio, limitando la possibilità di formulare previsioni individuali affidabili 22. È quindi preferibile evitare di indicare, già alla prima visita, una data precisa per la guarigione. La prognosi va aggiornata nel corso del trattamento sulla base dell’andamento dei sintomi, delle valutazioni neurologiche e del recupero delle attività significative per il paziente.
Per quanto riguarda il ritorno al lavoro, Oosterhuis e colleghi hanno esaminato sette studi relativi a sei coorti, per un totale di 1.408 persone. Tra i fattori associati a maggiori difficoltà nel rientro figuravano la paura del movimento e le elevate richieste fisiche dell’attività lavorativa. Le popolazioni studiate erano tuttavia prevalentemente chirurgiche o miste: questi risultati non consentono quindi di stabilire tempi di rientro validi per tutti i pazienti trattati conservativamente 23.
Per pianificare il ritorno al lavoro o allo sport, è utile partire dalle richieste specifiche dell’attività:
- definire i movimenti, i carichi e la durata delle attività da recuperare;
- iniziare, quando necessario, con una versione semplificata del compito, riducendo il carico, il numero di ripetizioni o la durata;
- incrementare gradualmente una richiesta alla volta, monitorando la risposta durante l’attività e nelle ore successive;
- ridurre progressivamente la supervisione quando il paziente è in grado di adattare autonomamente il programma e riconoscere eventuali cambiamenti che richiedono una nuova valutazione.
Nelle fonti esaminate non emergono criteri universali validati per il ritorno allo sport nelle persone con lombosciatalgia. Le indicazioni precedenti rappresentano pertanto proposte applicative, non criteri decisionali validati. La ripresa dovrebbe essere concordata considerando le richieste specifiche dello sport, la funzione neurologica e l’andamento dei sintomi, senza basarsi esclusivamente sul tempo trascorso o su un singolo punteggio del dolore.
Convinzioni e trattamenti da ridimensionare
«Con la lombosciatalgia bisogna stare a letto»
Il riposo a letto non è una raccomandazione generale per la lombosciatalgia. Nel trial di Vroomen, prescrivere il riposo a letto non aumentava la percentuale di pazienti che riferivano un miglioramento rispetto a raccomandare di mantenersi attivi secondo la tolleranza 4. È possibile concordare pause e posizioni di sollievo, accompagnandole a un piano per riprendere gradualmente le attività tollerate.
«La risonanza dice quanto durerà il problema»
La risonanza magnetica fornisce informazioni anatomiche, ma da sola non consente di prevedere con affidabilità i tempi di recupero. Nello studio ATLAS, la presenza di compressione radicolare non era associata al miglioramento della disabilità a un anno 10. È quindi importante interpretare il referto alla luce della valutazione clinica e monitorare nel tempo sintomi, forza e recupero delle attività.
«Il pregabalin è indicato perché il dolore viene da un nervo»
La natura neuropatica del dolore non è sufficiente, da sola, a stabilire quale farmaco sia efficace. Nel trial PRECISE, il pregabalin non riduceva il dolore alla gamba più del placebo ed era associato a una maggiore frequenza di eventi avversi. NICE ne sconsiglia l’uso nella lombosciatalgia 14 2. Se il paziente lo assume già, è opportuno invitarlo a discutere la terapia con il prescrittore, senza suggerire modifiche autonome.
«La trazione rimette a posto il disco e libera la radice»
Le evidenze cliniche non consentono di affermare che la trazione corregga l’ernia discale o decomprima la radice nervosa. La revisione di Vanti non evidenzia un beneficio uniforme e affidabile della trazione aggiunta alla fisioterapia; NICE ne sconsiglia l’utilizzo 20 2. Gli obiettivi del trattamento dovrebbero concentrarsi su esiti clinici misurabili, come dolore e limitazioni funzionali, senza promettere una correzione anatomica.
«Se serve un consulto chirurgico, la fisioterapia ha fallito»
Il consulto chirurgico è un’opzione da considerare quando il dolore e le limitazioni funzionali rimangono importanti nonostante un trattamento conservativo adeguato. In pazienti selezionati, l’intervento può offrire un sollievo più rapido 6. Il percorso fisioterapico permette di documentare i progressi e le limitazioni persistenti, fornendo informazioni utili alla decisione condivisa tra paziente e specialista 2.
Queste spiegazioni possono aiutare il fisioterapista a discutere convinzioni diffuse sulla lombosciatalgia. È tuttavia importante precisare che gli studi citati hanno valutato gli esiti dei trattamenti, non l’efficacia delle specifiche formulazioni comunicative proposte.
Sintesi operativa
Dalla valutazione alla decisione
1. Escludere condizioni che richiedono un invio medico. Individuare i segnali d’allarme e spiegare al paziente quali sintomi o cambiamenti richiedono una valutazione urgente 3.
2. Completare la valutazione clinica. Integrare anamnesi, esame della forza, sensibilità e riflessi con i test neurodinamici. Registrare il dolore alla gamba, la disabilità e un’attività significativa da recuperare 11 13.
3. Definire il percorso terapeutico. Scegliere il percorso A, B o C considerando durata dei sintomi, limitazioni funzionali e quadro neurologico. Concordare gli esercizi e una dose iniziale compatibile con le capacità del paziente 2 5.
4. Monitorare la risposta. Ai controlli verificare l’aderenza al programma, l’evoluzione dei sintomi, il recupero delle attività e gli eventuali cambiamenti neurologici. Adeguare il trattamento o richiedere un approfondimento medico in base ai risultati.
5. Rivalutare il percorso assistenziale. Considerare un consulto specialistico se il dolore rimane invalidante nonostante un trattamento conservativo adeguato. Ridurre progressivamente la frequenza delle sedute quando il paziente recupera le attività e acquisisce autonomia nella gestione del programma 2 7.
Sintesi delle evidenze
La tabella riassume i principali confronti terapeutici. Gli intervalli di confidenza indicano l’incertezza della stima. I valori espressi come “g” sono differenze standardizzate e non punti di una scala del dolore.
Programmi riabilitativi per fasi
Le tabelle organizzano il programma riabilitativo in fasi, il cui passaggio dipende dal recupero delle attività e dalla risposta agli esercizi, non da un calendario prestabilito. I dosaggi ripresi dagli studi di Fritz e Plaza-Manzano corrispondono ai protocolli originali; gli altri rappresentano proposte applicative da adattare e verificare nella pratica clinica. In ogni fase, gli esercizi vanno selezionati in base alle esigenze del paziente, senza sommare automaticamente tutte le opzioni disponibili.
Percorso A con sintomi recenti e attività in parte conservate
Percorso B con sintomi recenti e forti limitazioni
Percorso C con sintomi persistenti
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